Commercio senza pacco

di Fabio De Propris

foto copyleft scovata in rete da Vincenzo Gentile

In un saggio del 2012 sulla traduzione nel mondo antico che s’intitola Vertere, Maurizio Bettini analizza per un intero capitolo, il settimo, lo scambio di prodotti nullo commercio linguae (secondo la definizione di Plinio il Vecchio), o commercio muto, oppure, in inglese, silent trade, una pratica antichissima di cui abbiamo il primo resoconto grazie al greco Erodoto (Alicarnasso 490/480 a.C – Atene? 425 a.C.) che, nelle sue Storie, racconta – per sentito dire, non essendo il commercio muto sua esperienza diretta – il modo in cui certi Cartaginesi scambiavano merci con una popolazione di Libi che abitava al di là delle colonne d’Ercole.
A Bettini interessano le somiglianze tra il mondo dei commercianti e quello dei traduttori, non a caso per gli antichi Greci tutelati dallo stesso dio, Hermes (Mercurio per i latini), che era anche il tutore dei ladri, di tutti coloro, insomma che, legittimamente o no, si occupano di trasferimenti di valori.

Così Erodoto nel capitolo 196 del IV libro delle Storie:
196. I Cartaginesi raccontano […]: che c’è una regione della Libia abitata da uomini i quali vivono al di là delle Colonne d’Ercole. Quando arrivano fra costoro, [i Cartaginesi] scaricano le merci, le dispongono in ordine lungo la spiaggia, poi risalgono sulle navi e sollevano una colonna di fumo. Gli indigeni, vedendo il fumo, vengono al mare e poi, a fronte delle merci, depongono dell’oro e si ritirano. I Cartaginesi sbarcano nuovamente e controllano: se l’oro sembra loro adeguato al valore delle merci, lo prendono e si allontanano; altrimenti, imbarcatisi nuovamente, stanno ad aspettare; e gli altri, fattisi avanti, depongono altro oro, finché li persuadano. Non si fanno mai reciprocamente torto, perché né i Cartaginesi toccano l’oro prima che gli indigeni l’abbiano reso pari al valore delle merci, né questi toccano le mercanzie prima che gli altri abbiano preso l’oro.

A. Corcella e S. M. Medaglia (a cura di), Erodoto, Le storie. Libro IV, Milano 1993, p. 386 – citato in Bettini, Vertere, p. 144.

Bettini cita poi altri racconti di scambi del genere, presenti in varie culture del mondo. Con alcune varianti, il commercio muto tra popoli lontani che non hanno una lingua in comune è presente nei resoconti del geografo romano di origine ispanica Pomponio Mela (I sec. d.C.), di Plinio il Vecchio (I sec. d.C.), del viaggiatore marocchino Ibn Baṭṭūṭa (XIV sec. d.C.) e di molti altri. I luoghi in cui si praticava vanno dal nord dell’Africa al cuore dell’Asia, dalla Lapponia alla Siberia.

Claudio Eliano (romano di lingua greca, II-III sec. a.C.) arrivò a raccontare una forma di commercio muto tra uomini (il popolo dei Veneti) e uccelli (stormi di taccole). Il viaggiatore portoghese Duarte Pacheco Pereira (XVI sec. a.C.) riferì di commerci muti in Africa tra mercanti del Mali e una popolazione mostruosa di uomini che abitavano una zona chiamata Toom, avevano faccia di cane come i mitici Cinocefali e rifuggivano dal contatto con gli altri uomini. Ibn Baṭṭūṭa, riferendo di un commercio muto di pelli animali nella “terra dell’Oscurità” che pare si trovasse a nord del Volga (paese che non ebbe modo di visitare), commentava che i mercanti, non vedendo mai i loro acquirenti, non sapevano se stessero commerciando con uomini, oppure con spiriti.

Ai passi e agli autori riportati da Bettini, ne aggiungo qui uno tratto dal Tresor di Brunetto Latini, che è di certo debitore del racconto di Plinio il Vecchio, cui si erano già ispirati, nell’ambito della letteratura latina, anche C. Giulio Solino (III sec. a.C.) e Ammiano Marcellino (IV sec. a.C.):

Dopo quelle, oltre tutte le abitazioni degli uomini, troviamo all’estremità degli uomini che sono chiamati Seri, che con l’aiuto dell’acqua ricavano una lana da foglie e cortecce d’albero con la quale fanno i vestiti; e sono amabili e pacifici fra loro e rifuggono la compagnia degli altri uomini. Ma i nostri mercanti oltrepassano un loro fiume e trovano sulla riva tutte le varietà di mercanzie che possono essere trovate là; e senza alcun discorso valutano a occhio il prezzo di ciascuna, e quando l’hanno valutato portano via ciò che desiderano e lasciano il controvalore nello stesso luogo. In questo modo vendono le loro mercanzie e non vogliono le nostre né poco né tanto.

Brunetto Latini, Tresor, a cura di Pietro G. Beltrami, Paolo Squillacioti, Plinio Torri e Sergio Vatteroni, testo a fronte, Torino, Einaudi, 2007, libro I, capitolo 122, par. 17, p. 197

In quasi tutti i resoconti ci sono elementi simili o simbolicamente equivalenti: 1) nessuno ha mai assistito a uno scambio di merci nullo commercio linguae e tutti dunque riferiscono le modalità da racconti che hanno ascoltato o letto da altri; 2) gli scambi avvengono tra “persone come noi” e popoli lontani che abitano terre pressoché inaccessibili; 3) i popoli lontani parlano lingue incomprensibili che nessun interprete conosce; 4) i popoli lontani sono pacifici e giusti, oppure sono selvaggi che rifuggono da ogni contatto umano (i due caratteri si equivalgono, antropologicamente parlando); 5) lo scambio commerciale si fonda sulla totale correttezza reciproca, senza nessun desiderio di ingannare l’altro.

Al di là del discorso linguistico, è rilevante l’assoluto senso di giustizia che sembra animasse coloro che praticavano il commercio muto. Gli scambi potevano avvenire perché, in assenza della controparte, venditori e acquirenti si mettevano d’accordo sul valore delle merci, ovvero sull’equivalenza di valore tra una merce e l’altra, oppure, tra una merce e una certa quantità d’oro. Questa forma di commercio senza parole e dunque senza inganno era possibile solo in luoghi lontanissimi o (che antropologicamente è lo stesso) in epoche lontanissime, in cui gli uomini non ingannavano, non aumentavano artificiosamente i prezzi delle merci, non facevano credere che qualcosa avesse più valore di quello che aveva.

Rileggendo il passo di Erodoto e quello di Brunetto Latini, ciò che qui interessa rilevare è che le merci, negli scambi nullo commercio linguae, per poter essere valutate dai potenziali acquirenti, dovevano essere esposte senza alcun involucro. Il commercio muto era un commercio senza pacco, in senso metaforico e in senso proprio.

Si tratta di una situazione mitica, che sfugge all’esperienza di un uomo, oggi come venticinque secoli fa. La merce era depositata su una riva nella sua nudità. Non era avvolta da alcun involucro e non era avvolta da alcun discorso, da alcuna pubblicità, non era caricata di alcuna aura simbolica che derivasse da un marchio prestigioso. Ci si può spingere a dire che un simile mito commerciale, che si ritrova in tante culture diverse, nasce – per opposizione – dalle attuali (anche per Erodoto) forme di commercio, in cui attorno a una merce si confeziona un pacco, in cui vendere è un’arte. Una volta, invece (e questa “volta” assomiglia alla mitica età dell’oro, alla vita di Adamo prima del peccato originale), si poteva vendere o comprare senza pacco, senza parole.

Il resoconto mitico di Erodoto è un’immagine allo specchio della realtà, un’immagine specularmente capovolta. L’uomo fa discorsi, l’uomo pratica l’arte del pacco e quindi immagina in negativo che una volta il discorso fosse impossibile e il pacco fosse superfluo, il che equivale a dire che l’uomo era ingenuo e non aveva colpe, non praticava l’inganno. Parlare e fare il pacco sono pratiche di oggi (Erodoto compreso), ovvero sono pratiche umane.

L’uomo, in conclusione, è in eterna tensione tra la nostalgia di un mitico commercio senza pacco e la tentazione di fare il pacco senza merce, tra il sogno di una giustizia assoluta e l’incubo dell’assoluta ingiustizia. In ogni pacco senza merce, cioè in ogni artificioso inganno, si vede in controluce una mitica merce senza pacco. Chi inganna cerca oscuramente di ristabilire, con una bilancia insondabile, un’armonia perduta. Chiunque pratichi l’arte del pacco, anche se non ne ha piena coscienza, si sente autorizzato a praticarla. La vita sarà stata ingiusta con lui, lo avrà metafisicamente ingannato, è arrivata l’ora di dimostrare il suo vero valore, l’ora di arricchirsi. Dunque, dietro ogni scatola vuota (vedi Certe parole arabe e Unboxing emozione paura), si vede in controluce una mitica merce senza pacco. Dietro ogni uomo come è, si legge in controluce l’uomo come dovrebbe essere.

Bibliografia

Maurizio Bettini, Vertere. Un’antropologia della traduzione nella cultura antica, Torino, Einaudi, 2012, cap. 7 Nullo commercio linguae, pp. 144-75.
Bettini cita, oltre Erodoto, Storie, IV, 196, anche Pomponio Mela, Chorographia, III, 60; Plinio il Vecchio, Naturalis historia, IV, 54, VI, 88; Solino, Collectanea rerum memorabilium, L, 2; Ammiano Marcellino, Historiae, XXIII, 6, 68; Eliano, De natura animalium, XVII, 16; A. E. Da Silva Dias (a cura di), Duarte Pacheco Pereira, Esmeraldo de Situ Orbis, Lisboa 1905; Ibn Baṭṭūṭa, I viaggi, a cura di C. M. Tresso, Torino 2006, p. 376 sgg. e molti altri autori antichi e studiosi contemporanei che qui non sono stati riportati e che rendono la lettura del saggio di Bettini ancora più interessante e ricca di non si possa evincere da questa pagina.

Brunetto Latini, Tresor, a cura di Pietro G. Beltrami, Paolo Squillacioti, Plinio Torri e Sergio Vatteroni, testo a fronte, Torino, Einaudi, 200, libro I, capitolo 122, par. 17, p. 197. La nota 220 recita: “I Seri sono i cinesi, produttori di seta, ritenuta allora un prodotto vegetale”.