La mia vita sta per cambiare

di Mauro Ricci – 18 luglio 2020

Roma, interno di una rosticceria – tavola calda, saletta da pranzo con posti a sedere nel piano interrato, televisore acceso.

Antimo è seduto ad un tavolino apparecchiato per due e sta consumando il suo pasto: una scodella di cannolicchi e fagioli. In attesa sulla sinistra del tavolo c’è un carciofo alla giudìa e una ciriola, a destra un quartino di bianco e un bicchiere.

Ha l’aspetto di uno che nella vita ha sofferto e vive del suo lavoro con un po’ di difficoltà, che però vuole affrontare a testa alta. Sembra un artigiano, mani dai segni scuri per i grassi che maneggia, forse è un autoriparatore. Parla con un interlocutore di fronte a lui.

“Mo che pijo ’sti sordi, infine posso sistemà le cose mie.

Il muretto de contenimento dell’orto di fianco al garage che sta messo male lo faccio buttà giù e me lo devono rifa’ a regola d’arte. Pe’ risparmia’ l’avevo fatto da me, ma io nun so’ muratore.”

Sorride.

“Poi c’è da mette in sicurezza l’impianto elettrico, la presa de tera a casa mia nun c’è. Ma ‘n amico mio elettricista ha promesso che me ce mette le mano a che me fa tutto quello che c’è da fa’ co’ la metà della spesa. Certo, a nero, ma come fai a chiede la fattura a ’n amico che te vo’ fa’ risparmia’?”

Sull’ultima frase ha distolto per un attimo lo sguardo dall’interlocutore spostandolo verso il televisore, poi lo riporta dov’era prima.

“Mo che pijo ’sti sordi devo pure pensa’ a mi madre. Sta in lista da quattro mesi pe’ ’na risonanza magnetica al San Camillo. Basta! La porto all’Eur dai Cavalieri di Malta, tutto privato e tutto preciso. Prendi appuntamento e ’r giorno dopo vai. Prego signora, si accomodi, si sieda, la stavamo a aspetta’. Metti che so’ finite le poltroncine nella sala d’aspetto, uno de quelli cor camice bianco se fionda a prenderne una da ’n antra stanza e gliela porta. Certo paghi, ma se ce stanno i sordi li spenni anche per questo.”

Si interrompe per bere un sorso di vino bianco ed iniziare ad assaggiare il carciofo alla giudìa, però la pasta e fagioli non l’ha ancora finita. Non ci sta pensando, guarda un punto imprecisato della sala che sembra lontanissimo.

“Mo che pijo ’sti sordi però prima me levo i buffi. Renato er macellaro è ’n amico ma è troppo che Amalia va a compra’ e lui segna. Amalia è tosta e nun se vergogna de gnente, ma adesso quando torna a casa la vedo troppo preoccupata. E nun me pare manco giusto, da appena sposati quanno se semo sistemati ner quartiere eravamo un principino e la sua principessa. Giovani, pieni d’energia e de voja de lavora’ e fasse ’na posizione”

Ha l’espressione un po’ rabbuiata ma la trasforma subito in una sorridente.

“È stato un periodo brutto ma grazie a Dio ‘n po’ de salute ancora ce sta’. È importante essece arivati così, senza ave’ passato artri guai. Perché adesso ar resto ce penzo io, mo che pijo ’sti sordi.”

La visuale della sala completa rivela che Antimo non ha nessuno con cui parlare all’altro capo del tavolino.

Il televisore ora trasmette la prima estrazione settimanale del Lotto, Antimo con gesto svelto tira fuori da una tasca della giacca la distinta della sua giocata, si alza dalla sedia e si avvicina al televisore per sentire meglio.

“Quattro nummeri, so’ solo quattro nummeri. Che ce vo’? Devono da usci’, e ’ndo vanno? Io l’aspetto qui. Li gioco da ’n anno e mezzo. So’ sordi sicuri, è troppo che l’aspetto, devono da usci’.”

L’estrazione viene annunciata, l‘elenco delle ruote e dei numeri è terminata.

Antimo rimane in piedi dove si era sistemato per ascoltare meglio e non si muove, ha rimesso la distinta in tasca. La sala nel frattempo si è lentamente svuotata, il gestore della tavola calda Oreste sta iniziando a sparecchiare i tavoli e rassettare la sala.

Antimo gli si rivolge in tono rammaricato:

“Hai visto Ore’ , io ce provo a chiude sta pratica ma ce se mette sempre de mezzo qualcosa. Io ce la metto tutta….”

Oreste in fondo è una brava persona, a volte è duro con Antimo quando gli dice che deve decidersi a cambiare testa per non trascinare la famiglia nella sua vita inconcludente, ma poi lo lascia mangiare nella sua tavola calda, nonostante qualche inconsistente minaccia di non farlo più entrare.

“Ore’ , mo che pijo ’sti sordi tu sarai er primo a esse sistemato. Nun te preoccupa’ che io so esse riconoscente. Anzitutto te pago, poi i muri te li imbianco e te ce faccio disegna’ da uno bravo tutti cestini de vimini co’ dentro la frutta fresca colorata. Te faccio pure rifa’ l’insegna, mo che pijo ’sti sordi.”

Oreste aiuta Antimo ad indossare l’impermeabile conciato male che aveva lasciato sull’appendiabiti.

Appena indossato l’impermeabile Antimo si volta ad abbracciare Oreste che lo lascia fare, accennando a ricambiare il gesto.

In quel momento con Antimo di spalle e Oreste di fronte, si può vedere l’oste sorridere amaramente.

Invertendo la visuale, ad Antimo escono le lacrime. Senza ancora aver liberato l’altro dall’abbraccio dice: “Se cambia la vita mia faccio cambia’ pure la vostra. È ’n impegno che me prendo”.

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